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@AGI - Il San Raffaele nel caos. La mail del medico: "Gli infermieri sbagliano la terapia"

L’innovazione non è un’opzione da avversare: ma è un’assunzione di responsabilità per sopravvivere

La ricostruzione giornalistica di quanto accaduto in un noto ospedale lombardo — infermieri disorientati, farmaci introvabili, errori di somministrazione, carrelli in caos — non può essere archiviata come un episodio isolato. Anche perché, secondo alcune analisi citate nel dibattito pubblico, il problema potrebbe avere radici più ampie.

Esternalizzazione del servizio infermieristico, personale talvolta non italiano con competenze linguistiche o cliniche non pienamente adeguate, turn over elevato: tutti fattori che possono generare fragilità nei reparti più delicati. Non posso verificarlo nel dettaglio, ma è uno scenario plausibile in molti contesti.

La domanda che emerge è semplice e scomoda:

com’è possibile che non si usino ancora tecnologie, standard di accreditamento e modelli organizzativi che altrove hanno già ridotto errori e semplificato/liberato il lavoro infermieristico? Oltre che a ridurre i costi per la sanità?

Esistono tecnologie consolidate che potrebbero ridurre drasticamente i rischi, a partire dalla gestione dei farmaci solidi orali:

  • sistemi di deblistering e riconfezionamento in dose unitaria;
  • tracciabilità automatica;
  • riduzione degli errori di picking;
  • supervisione dei farmacisti clinici, interni o in service, come avviene in molti Paesi;
  • workflow digitali che accompagnano l’infermiere passo per passo, eliminando ambiguità e tempi morti.

Queste soluzioni non sostituiscono le persone: le liberano da compiti ripetitivi e ad alto rischio, permettendo loro di concentrarsi sulla cura e non sulla logistica.

Qui sta il punto cruciale:

l’innovazione non è un optional. È una responsabilità.

In un contesto di carenza strutturale di personale qualificato, pretendere che processi nati per un mondo diverso continuino a funzionare significa esporsi — tutti: direzioni sanitarie, professionisti, pazienti — a un rischio crescente.

Riprogettare i processi non è un lusso, è una forma di sopravvivenza organizzativa.

Ogni struttura, eccellenze incluse, deve interrogarsi: stiamo governando la complessità o ne siamo travolti?

Il futuro della sicurezza delle cure dipende da questa risposta. Innovare per continuare a funzionare: questa è la vera sfida, e rimandarla non è più possibile.